giovedì 18 novembre 2010

TRADIZIONE E SOCIETA': uomo di stato

TRADIZIONE E SOCIETA': uomo di stato: "La capacità politica è la prima dote richiesta per un uomo di Stato. Sia chiaro nelle lettere ed erudito nelle scienze, sarà poeta, storico,..."

uomo di stato

La capacità politica è la prima dote richiesta per un uomo di Stato. Sia chiaro nelle lettere ed erudito nelle scienze, sarà poeta, storico, filosofo, non uomo di Stato se dell'arte di governare è digiuno. Tale capacità ha il suo fondamento in una certa attitudine naturale alla politica per cui l'uomo si trova quasi nel suo elemento quando tratta gli affari di Stato ma è poco assai se non collo studio corredata la mente di quelle cognizioni positive che fanno scorgere quanto in pratica sia d'uopo diffidare d'ogni idea che sorga, quando sia opportuno e prudente accarezzarla e seguirla, quando convenga farne, per bella che sembri e seducente, il sacrificio e respingerla (C.S.della ...Margarita, l'Uomo di Stato

martedì 9 novembre 2010

L'autorità non deriva dal contratto sociale

Carlo Baratta

L'autorità non deriva dal contratto sociale

L'errore di Rousseau ha prodotto autoritarismo e la liquefazione delle relazioni.
Cosi chiosa Gomez Davila “Una moltitudine omogenea non reclama libertà. La società gerarchizzata non solo è l'unica in cui l'uomo può essere libero, ma anche l'unica in cui gli preme esserlo”
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Il processo rivoluzionario, ha condotto alla dissoluzione della società tradizionale e alla crisi sociale: terrorismo, rivolte, sedizioni imperversano per l’Europa. La religione cristiana poneva limiti alla azione pubblica e garantiva principi di stabilità e di ordine. Origine dell’autorità. Autorità deriva da autore, solo chi è autore di qualcosa ha autorità se una società non ha più autori, ma falsari, se l’uomo e diventato furbo più che astuto, astuto più che intelligente, che sa vedere solo i vantaggi immediati e non è disposto ad affrontare sacrifici in vista di beni a lungo termine,l'autorità si riduce a procedura tecnico o burocratica.perciò sia l’autorità, sia quella politica che quella tecnica sparisce. In qualunque società e organizzazione produttiva è necessario vi siano alcuni che comandano, affinché la società non si sfasci. Per la dottrina cattolica l’autorità «deriva da Dio, autore della natura umana. Dio, creando l’uomo, lo ha fatto sociale, cioè destinato a vivere in società, destinato a relazionarsi con altri, a capire e accettare i propri limiti,quindi Dio, volendo la natura umana sociale, ha voluto l’autorità. Se l’uomo fosse destinato a vivere da solo, non avrebbe bisogno del linguaggio. Questa concezione dell’autorità, si contrappone quella rivoluzionaria per la quale «ogni potere viene dal popolo». I sedicenti pensatori che hanno negato la derivazione dell’autorità da Dio sono i responsabili dell’assolutismo. Questi teorici, sono gli unici responsabili della rovina, della concetto di autorità, ridotta a un’opera fatta dagli uomini e che quindi gli uomini possono disfare. L’autorità deve possedere una sua sacralità. Se così non fosse, non potrebbe obbligare i cittadini a obbedire, perché il valore della libertà della persona umana sarebbe prevalente e precedente rispetto a ogni coercizione. L' autorità non va confusa con il sistema di governo , ossia con le modalità con le quali si esercita. Il fatto che l’autorità in concreto sia esercitata da uno (monarchia), da alcuni (aristocrazia) o dalla maggioranza (democrazia) non ne modifica la natura: l’autorità deriva sempre da Dio, anche se diverse sono le modalità con cui sono designati coloro che dovranno esercitarla. La teoria del contratto sociale Questa teoria postula che ogni uomo, per formare una società, si sia spogliato di una parte dei suoi diritti e libertà. La somma di tutte queste parti volontariamente cedute dai cittadini sarebbe poi stata consegnata a qualcuno perché esercitasse l’autorità. Per Rousseau, la società costituisce un limite alla libertà degli uomini. Da qui nasce l'idea rivoluzionaria del processo storico come liberazione dalla schiavitù della società e delle sue istituzioni. Come ricordava anche Bobbio , il passaggio dalla tribù allo stato di diritto è “un faticoso processo di liberazione dell'individuo dalla società totale" , il cui scopo finale è la creazione dell' uono nuovo . Nell’uomo nuovo le persone singole con i loro modi di pensare, di volere e di essere caratteristici e contrastanti si amalgamano e spariscono nella personalità collettiva, che genera un nuovo individuo collettivo, totale, in cui ognuno contemporaneamente è se stesso e tutto, essendosi liberato dal "limite" rappresentato dalla sua personalità. Per l'idea della rivoluzione l'altro non è visto più come un aiuto per comprendersi e per realizzarsi come persona, ma come una minaccia alla propria identità vista appunto come totalità. La visione rivoluzionaria per funzionare ha bisogno di vedere nell'altro il nemico. Questa idea ha il suo riflesso nella concezione della società come rapporto di forze potenzialmente conflittuali: ricchi/poveri, padrone/servo, borghesia/proletariato, vecchi/giovani, uomo/donna, insegnanti/studenti, governanti/governati, e cosi via. Da qui il divenire incessante, la contraddizione come essenza del processo rivoluzionario. La società rivoluzionaria la società della contraddizione incessante, la società del caos come principio di liberazione. Quale soluzione possibile La verità, però è un'altra: l’uomo ha, quotidianamente, bisogno degli altri; basta ricordare che il piccolo d’uomo per molti anni non è autonomo e non può sopravvivere senza l’aiuto altrui. Se l’uomo è sociale per natura, ne segue il carattere naturale anche dell’autorità: poiché non vi può essere società senza autorità, persone diverse non possono raggiungere il bene comune senza che qualcuno ne coordini le volontà. Problema serio non è distruggere l'autorità, ma governarla : l’autorità intesa come privilegio, e non come servizio, senza coscienza dei gravissimi obblighi che comporta, quella che rischia di violare la giustizia che va combattuta. L'unica forma storica dove ciò si è verificato è stata quella monarchica. La consacrazione dei re mediante l’unzione, su cui storici del secolo XX come Marc Bloch (1886-1944) hanno scritto pagine importanti, rappresenta non soltanto la pubblica dichiarazione da parte della Chiesa che l’autorità dei re è di origine divina, ma anche il riconoscimento da parte di chi deve esercitare l’autorità dei gravi obblighi verso Dio che questa comporta.
LA CIRCOLARE SPIGOLOSA
n. 179 Anno 6 del 09 Novembre 2010

venerdì 5 novembre 2010

IL PROBLEMA TURCO

Il recente referendum sulla possibilità di costruire dei minareti è stato vinto dai contrari a questa idea. I politici svizzeri ed europei si sono subito preoccupati di questo evento e hanno cercato di minimizzarlo. Questo comportamento denota la loro separatezza dal sentire comune il loro appartenere ad altra realtà. Un amministratore pubblico e a maggior ragione un esponente politico europeo deve sempre sapere di ciò di cui parla avendo il buon senso di documentarsi, ad esempio ricordo che la bandiera europea ha una sua origine, che riporto:" La scelta della bandiera ebbe presso il Consiglio d'Europa un iter prolungato e complesso che durò alcuni anni (tra il 1950 e il 1955 vide prevalere uno dei bozzetti presentato dal disegnatore cattolico francese Arsène Heitz, il quale successivamente allacciò l'idea delle dodici stelle all'immagine della Madonna propria del dodicesimo capitolo dell'Apocalisse: "Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle". Ricordarsi quali sono le ragioni del nostro essere europei aiuta a formulare giudizi razionali. A questo primo fatto si aggiunge un sondaggio effettuato in Italia e pubblicato il 21/11/2009 il 43% degli intervistati si è dichiarato contrario all’ingresso della Turchia in Europa contro il 31.9 che si è dichiarato favorevole.Insomma c’è un evidente scollamento tra gli elettori e certamente alcuni eletti. Sull’argomento a lungo si à speso il professor Roberto DeMattei docente universitario di Storia moderna e di storia del Cristianesimo. Per questo studioso la Turchia è una penisola asiatica, il cui territorio comprende quasi esclusivamente l’Anatolia, con l’eccezione di una piccola appendice in Europa, la Tracia orientale di circa 25mila kmq. Dunque si può parlare di una grande Turchia asiatica e di una piccola Turchia europea, ma più importante dell’aspetto geografico è quello storico. Storicamente la Turchia non ha mai fatto parte dell’Europa. Certamente Tarso fu la città natale di San Paolo, ad Antiochia sorse una delle prime comunità cristiane sotto la guida di San Pietro, a Efeso morì la Madonna e visse a lungo San Giovanni, i primi concili ecumenici si svolsero nell’odierna Turchia, però con la caduta di Costantinopoli la Turchia si è mossa in antitesi con l’Europa.Le monarchie europee hanno definito la propria identità respingendo l’aggressione dell’Impero ottomano, anche se non esisteva ancora l’stituzione detta Unione europea. Però, a partire da Carlo Magno, è nata una civiltà europea, caratterizzata dalla presenza di molti nazioni diverse, ma unite da una stessa fede religiosa, da una stessa visione del mondo, da uno stesso diritto. Anche quando si sviluppò lo scisma protestante, l’Europa restò cristiana. Venezia è stata un avamposto della civiltà europea in Oriente; Vienna, assediata dai turchi nel Cinque e Seicento, e anche Budapest sono stati due riferimenti politico-culturali più importanti dell’Europa cristiana. Ciò che ha caratterizzato la civiltà europea è la distinzione tra le due sfere, quella religiosa e quella politica. La dottrina islamica non ha mai conosciuto la distinzione tra le due sfere: l’Impero ottomano era una potenza nel contempo politica e religiosa. L’espansione ottomana è stata politica, con precisi obiettivi politici, e contemporaneamente anche religiosa, data l’intima connessione esistente all’interno dell’Islam tra le due sfere. Per gli islamici l’espansione in Europa è sempre stata vista come una guerra di religione contro l’Occidente.Sul concetto di evoluzione della Turchia il professor De Mattei ipotizza che si tratti di un’evoluzione nel segno di un progressivo allontanamento del Paese dall’Occidente. La ragione dice è semplice, la Turchia di oggi non è più quella di Atatűrk, laica o laicista, che nacque negli Anni Venti del Novecento. Certamente per alcuni decenni la Turchia è stata un Paese islamico, ma laico e nazionalista; entrò nella NATO e costituì un bastione per l’Occidente. Però ad iniziare dagli Anni Ottanta in Turchia è cominciato un processo di islamizzazione che si è innervato in tutta la vita pubblica. La Turchia dei nostri giorni è uno degli Stati dove si costruisce il maggior numero di moschee, oggi circa 85mila. E’ una Turchia nuova, guidata da un partito neo-islamico, dell’’ex-sindaco di Istanbul, Erdogan, imprigionato per dieci mesi nel 1998 a causa del suo fondamentalismo. Per il professor De Mattei quindi la strada più efficace è quella di stabilire rapporti di partenariato privilegiato con i Paesi più vicini all’Europa. E’ meglio una Turchia fuori dell’UE, ma con essa in rapporti di amicizia: il passaggio dalla Turchia filo-occidentale a quella islamista sta avvenendo in modo più lento rispetto alla rivoluzione khomeinista iraniana ed è coperto da un manto di ipocrisia. E’ tale passaggio che i negoziatori europei di oggi si rifiutano di vedere: è il "partito del velo" la Turchia ha circa 75 milioni di abitanti, destinati a raggiungere i 90 tra quindici anni: diverrebbe dunque il primo Paese dell’UE anche nei seggi parlamentari e in commissione. Inoltre non vanno dimenticate le forti minoranze turche in diversi Paesi occidentali. Ancora: la forza d’attrazione sui musulmani in genere, la concessione della doppia cittadinanza ai turcofoni delle Repubbliche caucasiche. Al momento delle elezioni al Parlamento europeo, un blocco partitico transnazionale turco-islamico potrebbe divenire il primo partito europeo, con tutte le conseguenze istituzionali del caso. Infine va ricordato il pensiero di Benedetto XVI che in due occasioni, quando ancora era solo cardinale, nell’agosto (in un’intervista al Figaro) e il 17 settembre 2004 a Velletri si era espresso in modo articolato contro l’ingresso della Turchia nell’UE. A Velletri aveva parlato di "errore grande" e di un ingresso "antistorico".

LA CONTRORIVOLUZIONE

La liquefazione della società, come teorizza il sociologo Z. Bauman era stata individuata, usando altre categorie analitiche, anche dall’accademico brasiliano Plinio CORREA de OLIVEIRA.I suoi insegnamenti, più che una teoria politica, costituiscono un corpus di sapienza. Cosa significa avere una vocazione contro-rivoluzionaria? è Il concetto centrale, esso si traduce nel sentire tutto l’orrore dei giorni nostri, la pena per il relativismo e lo scientismo nuove forme di paganesimo. La sua epistemologia si fonda sul discernimento tra le cose buone da quelle cattive. L’originalità di questo pensiero è la descrizione della dimensione tendenziale del processo rivoluzionario. Altri autori hanno focalizzato la loro analisi sugli aspetti ideologici e socio-politici del fenomeno rivoluzionario poco o niente hanno scritto su quelli tendenziali. Nella sua forma attuale, la Rivoluzione è diventata quasi esclusivamente culturale, la spinta ideologica non è quella che innesca il processo rivoluzionario.Nel 1918, leggendo le cronache sulla caduta dell’Impero Austro-Ungarico, che il pensatore brasiliano considerava la continuazione dell’impero carolingio, individuò nell’odio anti-austriaco del massone Clemenceau, lo stesso odio dei giacobini contro Luigi XVI e, più lontanamente, l’odio di Lutero contro il Papa. Questo odio ha innescato un processo di liquefazione dell’idea di autorità e che oggi riguarda l’individuo che non ha più un identità forte. Per reagire a questo processo si deve diventare militanti controrivoluzionari, che difendono la gerarchia politica e sociale. Plinio Corrêa de Oliveira diventa così il crociato del XX secolo”. Plinio Corrêa de Oliveira non era solamente un intellettuale, era un combattente. Più che libro speculativo, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione è un’arma da battaglia. Le radici della crisi rivoluzionaria, come si legge già nel primo capitolo, attecchiscono “nei problemi più profondi dell’anima, e da qui si estendono a tutti gli aspetti della personalità dell’uomo contemporaneo e a tutte le sue attività”. Questa crisi è prodotta da due passioni — l’orgoglio e la sensualità — che sono i fattori responsabili del processo Rivoluzionario. Per stroncarlo occorre a livello individuale, la conversione a Dio. A livello sociale implica la restaurazione d’una civiltà cristiana “austera, gerarchica, sacrale nelle sue fondamenta, antiegualitaria e antiliberale”. La rivoluzione non va ammorbidita va distrutta. Ciò che dobbiamo desiderare è una Civiltà totalmente, assolutamente, minuziosamente cattolica, apostolica, romana.

I cattivi maestri insegnano concetti tossici

Per problemi al mio  telecomando,  mi  sono  trovato, la scorsa settimana,  a seguire una trasmissione serale della RAI dove  partecipava il prof. Galimberti  sul carisma  e l’individualismo. Le argomentazioni  sui  mali   di  questa società sulla mancanza di  futuro per i  giovani  avevano  un  punto centrale gettato lì, o meglio  generato  dal ragionamento : gli italiani  sono  individualisti e hanno  poca senso dello stato  per colpa del cristianesimo.. Afferma, l’incredibile  professore,  siccome  i cristiani devono  agire per salvarsi l’anima  sono  individualisti, roba  da terapia non da ragionamento.Ricordo, all’ esimio  docente, che  anni  fa un suo  collega, ,il sociologo De Masi,  affermava nel libro “ Ozio Creativo”, che  negli  USA il capitalismo  è esploso non tanto  per l’etica protestante, quando  per la presenza di  masse di  cattolici,  che credendo nel  purgatorio, lavoravano  per senso  del  dovere e mon per realizzare se stessi  come afferma l’etica protestante. Nell’ultima enciclica del regnante Pontefice “Caritas in Veritate” si  afferma che i cristiani sanno che non è possibile costruire una società perfetta sulla terra, che ci  ha tentato  di farla il comunismo e il nazismo, ma non hanno ottenuto  il risultato teorizzato, il paradiso in terra anzi….. Una società definitivamente salva dentro la storia non esiste. Inoltre il professor Galimberti confonde il concetto di persona con quello di individuo.La persona unica è irripetibile  è tale perché ha consapevolezza dei suoi  limiti, sa di non sapere. Da questa consapevolezza deriva la necessità di  relazionarsi con altri  per dare e ricevere, altro  che  comportamento  egocentrico.L’individuo è, al contrario, una costruzione astratta funzione delle teoria che l’ha elaborata, è un modello a cui  tendere. A differenza della persona l’individuo si autoproduce,  si  realizza da sé non ha bisogno di  altri. L’ideologia del gender rifiutando la divisione naturale dei sessi rappresenta bene questo modo di pensare.Anche l’idea della salvezza individuale è sbagliata, in un paese laico, non si è obbligati ad avere conoscenze religiose, ma quando si affrontano tali questioni bisogna documentarsi e non fare ideologia.Il problema della salvezza è antico ad esempio nel  Salmo 129. Questo testo è un inno alla misericordia divina e alla riconciliazione tra il peccatore e il Signore, un Dio giusto ma sempre pronto a svelarsi. Per questo motivo il Salmo si trova inserito nella liturgia del Natale, Dio, infatti, non è un sovrano inesorabile che condanna il colpevole, ma un padre amoroso, che dobbiamo amare non per paura di una punizione, ma per la sua bontà pronta a perdonare .Cambiare il mondo, come si legge nell’ultima eciclica, significa togliere agli uomini le loro paure, ridurre le aggressività, dare una patria in cui ci si senta sicuri, a tutti ma soprattutto a bambini, stranieri, moribondi, malati,e non semplicemente  pensare a salvarsi l’anima.   

domenica 31 ottobre 2010

La rivoluzione non ha bisogno di scienziati:

Prima di ricordare il dramma del grande scienziato Lavoisier, voglio fare una riflessione su un altro caso, esaltato e portato sempre come esempio dell'intolleranza il caso Galileo. Entrambi hanno avuto un processo, ma quello di Lavoisier, lo ricordano in pochissimi, entrambi hanno avuto una condanna. Ma la condanna di Galileo consistette in diverse disposizioni: la messa all’indice del Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo; l’abiura della tesi copernicana; un periodo di prigionia della durata che sarebbe piaciuta al Sant’Uffizio; la recita dei sette salmi penitenziali una volta alla settimana per tre anni che s'incaricò di recitare, con il consenso della Chiesa, sua figlia Maria Celeste, suora carmelitana. Galileo riuscì ad evitare che i dispositivi più duri della condanna diventassero effettivi. Il carcere fu mutato nel confino all'interno della villa dell'ambasciatore del Granduca di Toscana in Roma, quindi nella casa dell'arcivescovo Piccolomini a Siena e infine nella villa che possedeva nella campagna di Arcetri. A Lavoisier tagliarono la testa. La autoproclamata coscienza critica della nazione, che pretende scuse ufficiali urla contro i tribunali ecclesiastici, per Lavoisier, non dice nulla, anzi della sua morte non c’è traccia nei libri di storia. Cosa è stata la rivoluzione del 1789. La Rivoluzione francese è presentata ai nostri contemporanei come un evento che ha permesso agli uomini di svincolarsi sia dalla tirannia di regimi monarchici assoluti o dispotici, che da un sistema sociale che impediva la mobilità sociale, inibendo il libero sviluppo delle loro potenzialità, dei loro diritti e del progresso. Questa descrizione, che si trova in tutti i manuali di Storia, è falsa. È soltanto il prodotto delle ideologie prima materialiste e ora nichiliste, il processo rivoluzionario ebbe ed ha una sola idea distruggere la concezione religiosa della vita. Il bilancio della Rivoluzione francese risulta veramente terrificante. René Sedillot ha recentemente riassunto questo bilancio 600.000 morti nelle guerre interne, dei quali 117.000 nella Vandea; 40.000 giustiziati, dei quali il 28% contadini, il 31% artigiani e operai, il 20% commercianti, dall'8 al 9% nobili e dal 6 al 7% appartenenti al clero; 400.000 morti nelle guerre esterne fino al 1800, un milione di morti nelle guerre napoleoniche; più di 100.000 emigrati e un calo del tasso di natalità. Tra le “vittime” vanno annoverate anche le teste di pietra dei Santi che adornavano Notre Dame. Ma una vittima più illustre e dimenticata dai manuali di storia e il grande scienziato Lavoisier. Lavoisier l’antenato delle scientifiche purghe staliniane Nacque a Parigi nel 1743, da famiglia agiata. Da giovane manifestò attitudine per le ricerche scientifiche e tecniche, a soli 25 anni fu nominato membro dell'Accademia delle scienze di Parigi. Poi intraprese una carriera del tutto diversa da quella scientifica;entrò 1768 nella Ferme générale: una organizzazione di carattere finanziario, a cui i re di Francia affidava da secoli il compito di riscuotere le tasse. Gli esattori trattenevano una percentuale. Mestiere poco apprezzato dalla popolazione. Lavoisier. non faceva come altri che sperperavano per interessi personali i profitti: egli adoperava quella entrata di denaro per attrezzare il suo laboratorio scientifico e comprare materie prime e apparecchiature costose che gli servivano per gli esperimenti. I risultati che perseguiva fecero di lui uno dei membri più noti e influenti dell'accademia. Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Questa legge di conservazione della materia che fa ormai parte della cultura di massa, del senso comune, è il principio di Lavoisier. Dimostrò che prima e dopo ogni reazione chimica il peso dei composti è sempre lo stesso, risolvendo il mistero della combustione, eliminando l'ipotesi del flogisto. La vecchia teoria, in voga nel '700, asserisce che la combustione dei corpi avviene perché essi contengono il flogisto, che viene liberato nella combustione. Dunque dopo la combustione il peso del corpo deve diminuire. Lavoisier fu un conservatore per la comunità degli scienziati, avendo cercato di mantenere intatta l'Accademia delle Scienze, un moderno uomo di finanze, della sua epoca, avendo introdotto miglioramenti nella produzione agricola per migliorare la bilancia dei pagamenti, dopo averne fatta l'esperienza nella propria fattoria modello. La vicenda di Lavoisier coinvolge il rapporto tra scienza, società e politica e pone il problema della neutralità della scienza, prima di lui la chimica non era una scienza, dopo si. Con lui lavorarono altri scienziati Claude Louis L. Berthollet (1748-1822), Jean Charles de Borda (1733-1799), Jacques Dominique Cassini (1748-1845), Antoine François Fourcroy, Louis Bernard Guyton de Morveau (1737-1816), Pierre Simon de Laplace (1749-1827). Egli aveva fondato la nuova chimica con metodi quantitativi. Con i suoi colleghi dell'Accademia fondò un giornale, gli Annales de Chemie. Per Laplace Lavoisier era fautore di una monarchia costituzionale. Sosteneva che la forza e la potenza di una nazione non sono solo le terre e i pascoli; occorrono anche le industrie per organizzare le ricchezze, ma queste non bastano perché dipendono da un altro principio: la scienza. L'epurazione degli scienziati dall'Accademia, voluta dai caproni amici di Robespierre, non serviva a nulla perché tutti i conservatori erano già emigrati. Gli scienziati e la scienza dovevano essere liberi, non al servizio di qualcuno o di qualcosa. Il processo e la giustizia rivoluzionaria Il cittadino Gaspard Monge, si veda il film “ipotesi sulla condanna di Lavoisier interviene nel processo: "Sono stati arrestati 27 direttori generali delle imposte, tra cui Lavoisier. La colpa che gli faccio è quella di non aver aderito all'appello del governo a collaborare con gli altri scienziati di fronte ai gravissimi pericoli in cui si trova la repubblica. Non si giudicano i suoi grandi meriti scientifici, che sono fuori questione". Lavoisier cercò invano di dimostrare che egli da tre anni aveva abbandonato quella carica. Fidando che la sua grande fama di scienziato potesse salvarlo, non cercò nemmeno di sottrarsi all'arresto e si costituì. Sapeva anche che molti suoi colleghi scienziati, che lo conoscevano a fondo, erano amici dei rivoluzionari e sperò che lo appoggiassero. Non fu cosi la viltà è una “virtù” rivoluzionaria. Monge l'antenato del “sublime” Vyshinsky, rimprovera di nuovo a Lavoisier il disimpegno verso le necessità della nazione. "Ci serviamo delle sue idee, ma lui non è con noi". Il tribunale dichiara tutti gli imputati colpevoli di complotto contro il popolo. Lavoisier viene decapitato il giorno stesso l'8 maggio 1794. Il processo era durato poche ore. Il giorno dopo Lagrange disse: "C'è voluto solo un istante a tagliare quella testa, ma forse un secolo non sarà sufficiente a produrne un'altra simile”. Chi chiede scusa, chi tra le luminose menti del pensiero debole e nichilista, che pretende onestà intellettuale, ma non ne possiede neppure un micron dice chiaramente che i giudici di Lavoisier erano degli emeriti minchioni gentaglia con la bava alla bocca mossi non fa denso di giustizia, ma da invidia? Chi tra i discendenti dei cosiddetti illuministi fa pubblica abiura ai processi farsa?


LA CIRCOLARE SPIGOLOSA
n. 178 Anno 6 del 11 Ottobre 2010